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L'esercizio Terapeutico non serve a niente

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Il titolo di questo report è volutamente provocatorio, ma serve per cercare di farti capire che, se sei un fisioterapista e ti occupi di esercizio terapeutico dosato sul paziente, questo fa al caso tuo.


Ad oggi una delle frecce “migliori” che un fisioterapista può avere nel suo arco è sicuramente l’ESERCIZIO TERAPEUTICO dosato sul paziente.
Ma cos’è veramente questa metodica?

L’American Medical Association utilizza la “Current Procedural Terminology” (CPT), tramite la quale definisce questa terapia così: l’ESERCIZIO TERAPEUTICO è tale quando il paziente viene istruito ad eseguire esercizi specifici rivolti alla debolezza, perdita di mobilità articolare, al recupero della resistenza e della stabilizzazione (Chodzko-Zajko et al 2009) in seguito a una malattia, una lesione o uno stato di sofferenza.
Allora tutto qui? Tutto così semplice? Ovviamente no.
Quali sono i problemi che ruotano intorno a all’esercizio dosato?
Una delle maggiori difficoltà per somministrare questo tipo di trattamento risiede nella strutturazione dell’esercizio, che deve essere per l’appunto costruito, pensato e dosato in base ad alcuni fattori tra cui:
-      La patologia specifica e lo stato di questa (se si trova in una fase acuta, sub-acuta o in una fase cronica);
-      All’età del paziente (ricordando le regole del buon senso: più l’età del paziente è avanzata, più la cautela deve regnare sovrana).

Tenendo sempre ben in mente questi due parametri (stato della patologia ed età del paziente) l’esercizio che vorremmo creare per un determinato paziente, dovrebbe rispondere a tre domande fondamentali:
1)      Qual è la caratteristica principale che l’esercizio deve avere?
-        Rispettare il R.O.M. e quindi sapere cos’è il R.O.P.
Il primo fattore indispensabile da conoscere per costruire l’esercizio dosato è quello di rispettare il R.O.P. (Range of Pain), cioè il range di movimento entro cui il paziente non sente dolore. È possibile stabilire il range attraverso due parametri, che sono:
o   Lo stato della patologia: più la patologia è in fase acuta più il R.O.M. sarà ridotto e di conseguenza il R.O.P. ampio.
o   Test di movimento specifici per l’articolazione. Questi test a loro volta si dovrebbero suddividere in due tipologie:
§  Su assi e piani stabiliti: indicati per una prima fase di riabilitazione, in cui il paziente prende coscienza del lavoro che bisognerà svolgere;
§  Per partner di movimento: si tratta di test che possono essere solo in caso in cui i primi sono già stati valutati ed eseguiti in assenza di dolore.
2)      Quali tipi di contrazione sono più consigliate nelle diverse fasi della riabilitazione?
o   Concentrica
o   Eccentrica
o   Isometrica
In primo luogo, è fondamentale conoscere sempre lo stato infiammatorio e la progressione della patologia di cui il paziente è affetto. Dopodiché possiamo stabilire quanto segue:
-          Prima fase (acuta): la contrazione concentrica è la più adatta, in quanto fa sì che l’ingaggio di fibre muscolari (e quindi la fatica) sia meno impegnativa per il paziente visto il turn-over di fibre muscolari; di conseguenza anche l’articolazione ne soffrirà di meno.
-          Seconda fase (sub-acuta): si può effettuare una contrazione eccentrica dove il muscolo si rinforza in allungamento. Per questo tipo di contrazione, oltre al maggior ingaggio di fibre, è prevista anche una maggiore risposta neurale da parte del cervello.
-          terza fase (cronica o ritorno all’attività): si possono alternare le due contrazioni precedenti e aggiungere quella isometrica, nettamente superiore sia in termini di ingaggio di fibre che come risposta cognitiva.  
3)      Quanto carico posso utilizzare?
Anche qui la regola fondamentale è la conoscenza dello stato patologico del paziente e dell’età.
I carichi devono essere progressivi, partendo da bassi o molto bassi e aumentando progressivamente, tenendo a mente sempre le regole descritte sopra.
Tutto questo è vero sacro e inviolabile per un fisioterapista, e scommetto che tutte queste informazioni già le sapevi, giusto? Quindi perché parlarne, non serve nemmeno discuterne. Il fatto è che i problemi che possono sorgere durante l’esercizio terapeutico sono ben altri.

Infatti, le domande che più spesso mi vengono poste dai fisioterapisti che vogliono o che fanno già svolgere ai pazienti qualche esercizio terapeutico sono:

-          Come faccio a creare e a far eseguire tutta una serie di esercizi al paziente in studio anche se non ho una palestra o grandi spazi a disposizione?

-          Che tipo di attrezzatura dovrei comprare e dove posso acquistarla per differenziarmi e non sembrare un centro yoga o una palestra fitness?

-          Ma quanto devo spendere per attrezzarmi per bene e rispondere alle varie esigenze?


In effetti, uno dei principali problemi per chi pratica questa metodologia è che non si hanno quasi mai a disposizione grandi spazi nei centri o addirittura nemmeno una stanza da adibire a palestra riabilitativa, e quando la si ha non si vogliono spendere grandi somme per le macchine.
Inoltre, spesso queste attrezzature si rivelano poi inutili, perché provengono dal mondo del fitness e non sono state pensate e create per la riabilitazione. E quindi l’idea iniziale di esercizio terapeutico dosato sul paziente si trasforma in una palestra per la ginnastica dolce o un corso di simil yoga frequentato da donne anziane la mattina.



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